Franz-allegati

Gli allegati del Franz-blog

Accesso al sapere e nuova economia

Riporto il testo di una mail scritta da Roberto Rescigno ed inviata da Ennio Riva alla mailing-list Decrescita.

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Dallo Studio di economisti del Centro Hypermedia della università di Westminster.
......la possibilità che l’esplosione del Web possa “aprire nuove prospettive a una economia della reciprocità, libera dai vincoli sia del mercato che dello Stato”.
Si apre un nuovo spazio dove allo scambio valorizzato (informazione contro pubblicità), subentrano prestazioni reciproche gratuite.”
Su questo principio si potrebbe addirittura sviluppare un nuovo tipo di economia – l’economia relazionale della quale parla Attali - basata sulla cosiddetta impresa open source

Dal libro recente di Jacques Attali intitolato "Breve storia del futuro"
“Nuove forze altruiste e universaliste, già attive oggi, agiranno sotto l’imperio di una necessità ecologica, etica, economica, culturale e politica. Queste forze condurranno progressivamente a un nuovo equilibrio questa volta planetario, tra il mercato e la democrazia: l’ “iperdemocrazia”.
Favoriranno la gratuità, la responsabilità, l’accesso al sapere. Renderanno possibile la nascita di una ‘intelligenza universale’, mettendo in comunicazione le capacità creatrici di tutti gli esseri umani, per superarle. Si svilupperà una nuova economia, detta ‘relazionale’ producendo servizi senza cercare di trarre profitti, in concorrenza con il mercato.”

Da un'articolo di Marcello Cini
Ci sono oggi pratiche, esperienze, forme organizzative già presenti nelle pieghe del tessuto sociale che, sia pure minoritarie, coinvolgono milioni di uomini e donne di buona volontà in tutto il mondo, ma potrebbero diventare dominanti. Per esempio lo sviluppo di relazioni tra individui mutuamente vantaggiose ma non dirette alla realizzazione di profitto; la pratica di forme di lavoro in cooperazione finalizzate al raggiungimento di obiettivi comuni; la formazione del consenso sulle decisioni che comportano vantaggi e svantaggi tra soggetti diversi; la composizione dei conflitti tra portatori di interessi differenti; la gestione di beni comuni nell’interesse degli appartenenti a una stessa collettività.
.....i sostenitori delle pratiche dell’open source e del free software....
......In sostanza occorre reintrodurre nel processo di produzione della ricchezza la classe dei “beni comuni”, scomparsa o quasi dall’economia....
...espropriare al capitale l’intelligenza collettiva generata dalla cooperazione spontanea e gratuita di milioni di donne e uomini.....

Dal libro di Mariella Berra "Sociologia delle reti telematiche"
“il dono e la cooperazione possano idealmente porsi come il presupposto naturale per la crescita di una nuova economia che utilizzi Internet e più in generale il sistema socio-tecnico delle reti come luogo di diffusione e di scambio”.
....grazie alle estese e reversibili relazioni di scambio a cui partecipa, il soggetto, nella rete, si trova a cooperare nella produzione di beni pubblici.”

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Questo post è un allegato a questo post del Franz-blog.

Il nucleare non serve all'Italia

Questa è una sintesi, utile per una catena di email, del saggio presentato da Greenpeace, e firmato anche da Legambiente e WWF. Il dossier completo è consultabile cliccando qui

Il nucleare non serve all'Italia

Non è vero, infatti, che il nucleare sia economico.

Gran parte del costo dell’elettricità da nucleare è legato al costo di investimento per la progettazione e realizzazione delle centrali, che è almeno doppio di quanto ufficialmente dichiarato, e richiede tempi di ritorno di circa 20 anni. Se a questo si considerano anche i costi di smaltimento delle scorie e di decommissioning degli impianti i costi diventano addirittura poco calcolabili. Tutti gli studi internazionali mostrano come sia la fonte energetica più costosa. Dove il kWh da nucleare costa apparentemente poco è perché lo Stato si fa carico dei costi per lo smaltimento definitivo delle scorie e per lo smantellamento delle centrali. E sono proprio queste spese ad aver scoraggiato gli investimenti privati negli ultimi decenni.

Tant’è che tutti gli scenari - persino quello dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica - prevedono nei prossimi anni una riduzione del peso dell’atomo nella produzione elettrica mondiale. Secondo le stime dell’Aiea si passerebbe dal 15% del 2006 a circa il 13% del 2030.

Nucleare e liberalizzazione del mercato sono incompatibili.

Secondo le ultime stime disponibili del DOE statunitense il costo industriale dell’elettricità da nucleare da nuovi impianti è più alto rispetto alle fonti tradizionali.

In Italia, il nucleare non consentirebbe pertanto di ridurre la bolletta energetica. Per renderlo un pezzo consistente della produzione energetica nazionale occorrerebbe costruire da zero tutta la filiera, con un immenso esborso di risorse pubbliche. Servirebbero almeno 10 centrali, per un totale di 10-15mila MW di potenza installata, e tra i 30 e i 50 miliardi di euro di investimenti (con il forte rischio di sottrarre risorse allo sviluppo delle rinnovabili e dell’efficienza energetica), senza dimenticare gli impianti di produzione del combustibile e il deposito per lo smaltimento delle scorie. Anche assumendo uno schema “finlandese” - con un consorzio di industrie consumatrici che si impegna a comprare per lungo tempo elettricità dai produttori nucleari i rischi finanziari, come dimostra proprio il caso finlandese, sarebbero elevatissimi. Le centrali, nella migliore delle ipotesi, entrerebbe ro in funzione dopo il 2020, e gli investimenti rientrerebbero solo dopo 15 o 20 anni.

Non è vero che il nucleare sia la risposta ai cambiamenti climatici.

In Italia, scegliere l’opzione nucleare significherebbe mettere una pietra tombale su qualsiasi prospettiva di riduzione delle emissioni di CO2. Nella migliore delle ipotesi, il primo impianto entrerebbe in funzione tra almeno 10 anni (una ventina se vogliamo essere realisti, n.d.r.). Se la priorità fosse realizzare centrali nucleari, poiché gli investimenti sono economicamente alternativi, dovremmo dire addio agli obiettivi comunitari e vincolanti del 30% di riduzione delle emissioni di CO2, del 20% di produzione energetica da rinnovabili e del 20% di miglioramento dell’efficienza energetica al 2020. Uno scenario che consente di sviluppare imprese innovative, realizzare migliaia di nuovi posti di lavoro nella ricerca e sviluppo, avere città più moderne e pulite, a portata di mano anche nel nostro Paese nonostante il suo grave ritardo rispetto agli obblighi di Kyoto.

Il nucleare, inoltre, può fornire solo elettricità: questa rappresenta il 15% degli usi finali di energia mentre l’85% è costituito da carburanti per i trasporti e calore per riscaldamento e processi industriali.

Non è vero che il nucleare di oggi sia sicuro.

Sulla sicurezza degli impianti ancora oggi, a oltre 22 anni dall’incidente di Chernobyl, non esistono garanzie per l’eliminazione del rischio di incidente nucleare e la conseguente contaminazione radioattiva. Nella migliore delle ipotesi discusse a livello internazionale, con esiti positivi di tutti i possibili sviluppi tecnologici attualmente in fase di ricerca, si parla del 2030 per vedere in attività la prima centrale di quarta generazione. Ma le dichiarazioni di Scajola mostrano che nemmeno lui crede alla IV Generazione (“aspetteremo il 2100”): una ammissione che il nucleare sicuro è utopia.

Così, stando alle dichiarazioni di Scajola, il governo italiano promuoverebbe a caro prezzo un programma arretrato e insicuro di centrali di terza generazione.

Rimangono tutti i problemi legati alla contaminazione “ordinaria”, derivante dal rilascio di piccole dosi di radioattività durante il normale funzionamento delle centrali, a cui sono esposti i lavoratori e la popolazione che vive nei pressi.

Scorie: di nuovo a Scanzano?

Non esistono ad oggi soluzioni concrete al problema dello smaltimento dei rifiuti radioattivi derivanti dall’attività degli impianti o dalla loro dismissione. Le circa 250mila tonnellate di rifiuti altamente radioattivi prodotte finora nel mondo sono tutte in attesa di essere conferite in siti di smaltimento definitivi. Lo stesso vale ovviamente anche per il nostro Paese che conta secondo l’inventario curato da Apat circa 25mila m3di rifiuti radioattivi, 250 tonnellate di combustibile irraggiato, a cui vanno sommati i circa 1.500 m3di rifiuti prodotti annualmente da ricerca, medicina e industria e i circa 80-90mila m3di rifiuti che deriverebbero dallo smantellamento delle nostre 4 centrali e degli impianti del ciclo del combustibile. Con quale procedura e garanzie avremo la localizzazione del sito? Sappiamo già la risposta: tornare a Scanzano Jonico.

Il 7 giugno a Milano si terrà una grande manifestazione nazionale che vedrà Greenpeace, Legambiente e WWF e moltissime altre associazioni marciare per promuovere il cambiamento e l’innovazione nelle scelte energetiche e infrastrutturali.

WWF
Legambiente
Greenpeace

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(Allegato a questo post del Franz-Blog )

Una email da Unilever

La ringraziamo per la sua mail riguardante l'Olio di Palma

Siamo molto lieti di ricevere le sue riflessioni e opinioni sui nostri
marchi e i nostri prodotti.  Compreso il suo pensiero sull'importante
problema dell'olio di palma.
Con questa mail desideriamo aggiornarla sui recenti sviluppi  e renderla
partecipe delle azioni che Unilever ha deciso di adottare.

Forse è già a conoscenza del fatto che, il 1 maggio 2008, abbiamo
annunciato la volontà di garantire per il 2015 che TUTTO l'olio di palma
che usiamo provenga esclusivamente da fonti sostenibili. L'origine di
queste forniture sarà certificata da enti certificatori terzi e
indipendenti.
Allo stesso tempo abbiamo anche comunicato la nostra scelta di supportare
un' immediata azione di moratoria nel caso in cui si verifichino altre
deforestazioni in Indonesia per la coltivazione dell'olio di palma.

Nessun'altra azienda ha preso una posizione così radicale. Unilever è
ragionevolmente e credibilmente in grado di farlo perché sta lavorando alla
certificazione di sostenibilità delle coltivazioni di olio di palma da più
di 10 anni. Abbiamo cominciato nel lontano 1995 istituendo un nostro
personale programma di agricoltura sostenibile. Nel 2004 abbiamo preso
l'iniziativa di costituire un organismo composto da molteplici stakeholder-
la Roundtable on Sustainable Oil- di cui al momento siamo anche presidenti.

Abbiamo intrapreso sin da subito una serie di azioni per raggiungere il
nostro obiettivo al più presto:

.  Stiamo cercando di creare una grande coalizione di aziende con simili
orientamenti e Ong - compreso Greenpeace - per unire le forze e agire
efficacemente e velocemente. Unilever è solo una parte della soluzione.

.  Intraprenderemo delle azioni con il Governo Indonesiano per ottenere il
loro appoggio sul territorio.


.  Assicureremo che la Roundtable on Sustainable Palm Oil (RSPO) supporterà
il cambiamento applicando sanzioni ai fornitori che continueranno a
praticare azioni illegali di deforestazione.

.  Cominceremo ad acquistare olio di palma sostenibile a partire dalla
seconda metà di quest'anno non appena sarà disponibile olio certificato in
modo da dare il calcio d'inizio al mercato di questo "nuova" materia prima.
Per questo useremo il modello di certificazione creato dalla Roundtable
alla fine dello scorso anno, basato su criteri condivisi da tutti, che
include il divieto di deforestazione delle foreste pluviali.

Crediamo che questo impegno avrà un impatto positivo contemporaneamente sia
sui cambiamenti climatici che sulla protezione delle foreste pluviali.
Farlo entro il 2015 è un obiettivo realistico che ci siamo imposti
considerando la complessità della struttura della catena di
approvvigionamento - nella quale è necessario annoverare tutti: dai grossi
coltivatori ai piccoli produttori - e la difficoltà è proprio quella di
instaurare una piena tracciabilità completa di tutte le parti interessate
nella produzione dell'olio di palma.

Riferiremo regolarmente i nostri progressi e la invitiamo a documentarsi
sul nostro impegno, per saperne di più potrà monitorare i nostri risultati
collegandosi al sito internet www.unilever.com.

Spero che questa informazione possa rassicurarla circa la serietà con cui
intendiamo arrivare alla soluzione del problema e circa il profondo impegno
che noi, insieme ai nostri partner, stiamo dedicando al cambiamento.
Ci impegniamo in questo perché siamo convinti che sia la maniera giusta
d'operare nei confronti dell'ambiente, delle persone che usano i nostri
prodotti e delle comunità che vivono nelle zone di coltivazione dell'olio
di palma.

Grazie per la sua opinione - siamo ansiosi di darle nuovi aggiornamenti sui
nostri progressi.

Cordialmente

Lettemieke Mulder
Direttore Responsabilità d'Impresa e Relazioni con  le Ong
Unilever



Unilever UK Limited
Registered in England & Wales; Company No 334527
Registered Office:  Walton Court, Station Avenue, Walton-on-Thames, Surrey
KT12 1UP

 

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Questo è un allegato al post del Franz-blog:

http://franz-blog.leonardo.it/blog/fuoco_sapone_e_nutella_2.html

Dalla rivista "Il Socio" mar-apr 2008

SEDICI-QUATTRO
(Liberi pensieri di un semi-notturno)


La serata è quieta, ed è quell’orario morto, intorno alle dieci e mezza, in cui non chiama nessuno; trovare un posteggio non abbondantemente presidiato dai colleghi è difficile.
Non resta che sfoderare una delle mie due armi segrete.
Ha un nome piuttosto corto, e corrisponde ad un angolo della città particolarmente bello e suggestivo: ‘Cavour’, il posteggio, all’angolo con via Farini, nell’omonima piccola piazza alberata; il suo recente ripristino è stata una delle ben poche novità positive degli ultimi tempi.

Come sempre è vuoto, sta pagando ancora il prezzo della mancata abitudine sia da parte degli utenti che di noi tassisti.
Batto due volte la “P” sulla tastiera del ‘Tamagogi’, spengo il motore, e faccio un profondo respiro. Sono stanco.

Sarà la primavera in arrivo, sarà che da diversi giorni per il maltempo non riesco a darmi una bella sfogata e rilassata indossando le scarpette e concedendomi un’ora di corsa fino ai laghetti di Castenaso.
O forse saranno i giganteschi faccioni, dall’effetto assai deprimente, che vegliano tutte le strade durante questa ennesima campagna elettorale. Ero ancora stanco e nauseato dalla precedente.
Il clima di continuo scontro politico nazionale, vero o simulato che sia, rischia di generare divisione anche fra noi, che invece di fare squadra per difenderci in un periodo ben poco esaltante per la nostra categoria, finiamo spesso per beccarci l’un l’altro come i proverbiali capponi di Renzo nei Promessi Sposi, ignari del comune destino che li aspettava.

Già, mi dico, forse questa stanchezza non è solo mia, forse deriva anche da un senso di frustrazione nel vedere sistematicamente non riconosciuti i nostri quotidiani sforzi di adattamento a condizioni di lavoro tutt’altro che agevoli, nel vedere non riconosciute le capacità di attenzione, ai limiti delle umane possibilità, necessarie a muoverci in sicurezza dentro quella giungla, quella savana, quel circo, quel luna-park, del traffico cittadino, e non riconosciute le capacità di sopportazione (chi più chi meno) rispetto alle mille paturnie di una clientela spesso difficile, scontrosa, a volte aggressiva, a volte pericolosa, a volte irriguardosa nei confronti di chi la trasporta e del suo veicolo; e infine non riconosciuto lo spirito di servizio, la gentilezza, la generosità che costituisce per tanti di noi il normale atteggiamento di lavoro.

Bollati invece, da una stampa ruffiana, come ‘lobby’ aggrappata ai propri privilegi. Sì, lo so, non sono pensieri nuovi nè originali, c’è sempre qualcuno di noi a ricordarcelo dalle pagine de “Il Socio”, ma l’unica cosa di cui davvero non bisogna stancarsi è di ripeterselo.
Che non è un gran privilegio assistere impotenti all’invasione delle nostre aree di sosta, cioè la nostra casa, e delle corsie preferenziali, cioè i nostri binari, da auto che con arroganza e strafottenza le eleggono a spazi per le proprie esigenze, o comodità, o capricci, o invenzioni.
Così come vedere la nostra più importante area di lavoro, quella della stazione ferroviaria, non solo abbandonata quasi costantemente alla mercè dei più fantasiosi e creativi ‘visitors’, ma governata da canalizzazioni (corsie) e flussi semaforici manicomiali.
E infine, lo sappiamo bene, che non è un gran privilegio vedere lo stato di degrado delle colonnine telefoniche ai posteggi, che testimoniano meglio di ogni altra cosa quanto poco contiamo negli equilibri di potere cittadini.
Presto il Comune emetterà nuove licenze, dopo una lunga ed accurata fase di studio delle esigenze cittadine. La nostra potente lobby sarà in grado, almeno, di instillare il beneficio del dubbio se nel 2008 tali esigenze non siano magari cambiate, visto il sensibile calo della nostra clientela media?

Se cedessi alla stanchezza e mi addormentassi qui, ora, in Piazza Cavour, lo so che cosa sognerei.
Di essere trattato dalla cittadinanza, insieme ai miei colleghi, con il rispetto e l’ammirazione che si deve a chi compie un servizio pubblico, con capacità rese straordinarie dall’allenamento, e magari con la stessa purezza e nobiltà d’animo riconosciute agli Elfi nella trilogia del ‘Signore degli Anelli’ (sto esagerando? forse sì: ho paura che per questo dovremmo fare tutti un ...piccolo sforzo supplementare!).
O magari mi limiterei a sognare cose più semplici: che so, dei vigili che puniscono i ciclisti con i fanali spenti, i ciclomotori contromano, e i pedoni che vagano come zombi in mezzo alla strada.

Ma per non cadere nel sonno decido di spostarmi e di giocare l’altra mia arma segreta.
Si tratta di.... Oh che peccato, non c’è più spazio, la pagina è finita!

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Allegato a questa pagina del Franz-blog: 

http://franz-blog.leonardo.it/blog/il_diplomatico_2.html

Auguri molto speciali

"... mille volte e mille più delle stelle in cielo
e delle allodole negli orti sulle rive del Tigri..."
scriveva un poeta iracheno
quando in Europa regnava Carlo Magno.
Oggi sulle rive del Tigri si uccide e si muore,
ma da qualche parte dell'Iraq esistono orti e allodole.

Siamo stati e siamo in luoghi che abbiamo raggiunto
perchè c'era guerra e perchè c'era miseria.
Abbiamo incontrato sofferenza e disperazione.

Ma abbiamo conosciuto, in quegli stessi luoghi,
teatri offerti dalla natura o creati dall'uomo
per lo spettacolo necessario e possibile
della serenità, della felicità, della pace. Della vita.

Abbiamo scoperto che il nuovo esiste già,
l'impronta, nel presente, del futuro possibile.
Il domani della malattia è la guarigione,
e il sogno può accadere nella veglia.

E' in questa scoperta l'augurio per l'anno nuovo.

 

Emergency
(dal calendario 2008)

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(clicca qui per tornare al Franz-blog)

Tabella solstizio d'inverno

solstiziocutrid_417

 

Questa tabella e' un allegato al post

http://franz-blog.leonardo.it/blog/alle_cinque_della_sera.html 

del Franz-blog

Soluzioni

Presento in questo post le soluzioni agli enigmi pubblicati su questo post del Franz-blog.

1) I tre condannati.
Se uno dei condannati avesse potuto vedere due cappelli neri in testa agli altri due, avrebbe avuto la certezza di averlo bianco.
Cosi' non e' per nessuno dei tre chiamati nell'ordine a rispondere.
Anche il secondo, che ha il vantaggio di sapere che il primo non ha risposto, non puo' indovinare.
Il terzo si'. Se avessi il cappello nero, si chiede, cosa sarebbe successo? Il primo sicuramente non avrebbe risposto, vedendo il bianco del secondo e il mio nero.
Ma poi il secondo (continua a ragionare il terzo), sarebbe giunto alla certezza di averlo bianco, perche' a sua volta avrebbe pensato che in caso contrario, cioe' avendolo lui nero, il primo avrebbe senza dubbio risposto, vedendone due neri.
Questo non e' successo, perche' il secondo e' restato nel dubbio, quindi (conclude il terzo), io non posso averlo che bianco.

2) La valle dei gemelli.
Una frase interrogativa che puo' fornire la certezza della strada potrebbe essere: "Se chiedessi al tuo gemello qual e' la strada per la sorgente, che cosa mi risponderebbe? ". In questo modo, se ha casulamente incontrato il gemello sincero, questi gli comunichera', senza alterarla, la risposta fuorviante del bugiardo; se ha incontrato il bugiardo, riferira', mentendo, l'opposto della risposta sincera del gemello. In ogni caso otterra' la risposta sbagliata, e sapra' cosi' qual e' la strada giusta.

3) Il villaggio dei cornuti.
Mettiamoci nei panni di un abitante del villaggio e potenziale cornuto.
Se, nel momento dell'incantesimo, non avesse visto alcun corno sulle teste altrui, avrebbe avuto la certezza di essere lui, e lui solo, il marito dell'adultera.
Se invece avesse visto un solo compaesano con il corno, gli sarebbe rimasto il dubbio: o e' lui solo, o siamo in due, io e lui, e avrebbe dovuto aspettare il primo giorno per vedere se l'altro si presentava in piazza con la moglie, cosa che sarebbe successa nell'ipotesi che l'altro non avesse visto nessun corno. Nell'altra ipotesi, che entrambi fossero cornuti, sarebbero giunti alla certezza ciascuno vedendo che l'altro non si presentava, e si sarebbero dunque presentati il secondo giorno.
Ora cambiamo ipotesi: al momento dell'incantesimo l'abitante ne ha visti due, e non uno. Il suo ragionamento sara': o sono solo loro due, o siamo in tre. Se sono solo loro due, il secondo giorno si presenteranno, in base al ragionamento precedente, altrimenti avremo la certezza di essere in tre e ci presenteremo il terzo giorno.
E cosi' via. I cornuti sono sette, e raggiungono la consapevolezza di esserlo quando, al sesto giorno, vedono che nessuno si presenta, cosa che sarebbe successa se si fosse trattato dei soli altri sei che ciascuno ha potuto vedere.

4) Il procedimento per la soluzione sta, innanzi tutto, nello scomporre in fattori il numero 2450, che e' uguale a (2 x 5 x 5 x 7 x 7) e poi nel fare il breve elenco di possibili terne di eta' dei tre, combinando in tutti i modi possibili i cinque fattori (es.: 25-14-7, 35-35-2, eccetera). Il fatto che il prete non sappia rispondere dopo la seconda informazione, quella dell'eta' del sagrestano, si puo' verificare solo perche' ci sono due, e solo due, terne di eta', la cui somma da' lo stesso valore, e sono: 5-10-49 e 7-7-50, che, sommate, danno entrambe 64.
Il fatto che il prete riesca a rispondere dopo la terza informazione, quella di essere piu' vecchio di tutti, si puo' verificare solo se il prete ha 50 anni, perche' se ne avesse di piu' resterebbe nel dubbio sulle due possibili terne.

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Questo e' un allegato al post: http://franz-blog.leonardo.it/blog/i_miei_enigmi.html del Franz-blog

Imitanib Mesilato

Novartis vs. India - Il caso Glivec


Il brevetto in capo a Novartis che copre il Glivec (Gleevec negli USA) è stato concesso in 36 paesi, tra cui in Europa (EP0998473, "Crystal Modification of A N-Phenyl-2-Pyrimidineamine derivative, processes for its manufacture and its use", commercialmente noto come imatinib mesilato, stranamente senza essere stato sottoposto ad alcuna procedura di opposizione da parte della concorrenza). L’invenzione del composto base imatinib è a sua volta coperta da un brevetto precedente (in Europa EP0564409, anch’esso non opposto, depositato dalla Ciba Geigy).

In India la domanda di brevetto relativa all’imatinib mesilato è stata rigettata per mancanza di attività inventiva, che è uno dei requisiti di brevettabilità (gli altri sono novità ed applicabilità industriale), in seguito ad una procedura di opposizione intrapresa da Natco Pharma Ltd. Un richiedente “normale” avrebbe accettato la decisione dell’ufficio indiano dei brevetti ed avrebbe rinunciato alla protezione brevettale in India. Novartis, invece, ha deciso di intraprendere un’azione legale contro il governo indiano: in tale azione, sostiene che le disposizioni di legge indiane sarebbero in disaccordo con l’accordo del WTO sui TRIPs (trade-related aspects of intellectual property rights), di cui l’India è uno dei paesi firmatari.

Questa controversia, il cui esito è di difficile previsione, mi dà l'estro per ricordare che l'accordo sui TRIPs, spesso contestato in quanto ritenuto un mezzo per assoggettare gli interessi dei paesi più poveri a quelli dei paesi più sviluppati, USA in primis, offre degli strumenti legali che finora non sono stati sfruttati da parte delle autorità governative dei paesi firmatari e che invece potrebbero risultare un mezzo pragmatico ed efficace per rispettare il diritto all'accessibilità ai farmaci e alla salute senza pregiudicare i diritti di proprietà intellettuale. E' un invito, il mio, a riflettere pacatamente per una volta non sul ruolo svolto dalle multinazionali farmaceutiche, quanto su quello dei governi dei singoli paesi su entrambi i fronti dei paesi industrialmente più avanzati e dei paesi in via di sviluppo.

Nell’ambito dell’accordo, infatti, è previsto lo strumento delle licenze obbligatorie (strumento che è sempre stato previsto dall’accordo TRIPs nonché dalle legislazioni nazionali di tutti i paesi), con il quale un governo può concedere ad un terzo di produrre un prodotto brevettato senza il consenso del titolare del brevetto.

In particolare nella dichiarazione di Doha del 2001, per fare chiarezza sulla portata e applicabilità dello strumento della licenza obbligatoria che, ripeto, è sempre stato a disposizione dei governi, si sono previste due ulteriori disposizioni in materia di salute pubblica, la prima applicabile a paesi in via di sviluppo, nel cui caso il generico è prodotto per il solo mercato domestico, cioè non è destinato all’esportazione (disposizione che si è limitata a chiarire un principio in realtà già compreso fin dalla prima stesura dell’accordo TRIPs), la seconda a paesi che non sono in grado di assicurare la capacità produttiva necessaria a far fronte alle richieste dei malati, nel cui caso il generico prodotto sotto una licenza obbligatoria concessa in un paese può essere esportato in paesi sprovvisti di adeguate capacità produttive (questo sarebbe l’aspetto nuovo della dichiarazione di Doha).

Nel primo caso, le disposizioni sono applicabili liberamente dai governi che ne vogliano fare uso, non solo in casi di emergenza, con la differenza che in circostanze normali, prima di richiedere una licenza obbligatoria, il produttore di generici deve essenzialmente dimostrare di avere tentato senza successo di ottenere una licenza volontaria ad eque condizioni di mercato, mentre in circostanze di emergenza (emergenza nazionale, altre circostanze di estrema urgenza o uso pubblico non commerciale), la richiesta di una licenza volontaria non è necessaria. Naturalmente, anche la licenza obbligatoria, analogamente alla più comune licenza volontaria, viene concessa in cambio di un adeguato compenso. Tuttavia, sono ancora le autorità del paese interessato ad aver voce in capitolo per stabilire l’adeguatezza o meno del compenso.

Il Canada, a quanto ne so, è stato il primo paese al mondo ad introdurre delle modifiche legislative in grado di permettere, tramite le licenze obbligatorie, a produttori di generici di esportare farmaci in paesi in via di sviluppo privi di capacità produttive. Purtroppo, all’atto pratico la legislazione canadese pare essere troppo complicata e non ha dato al momento i risultati sperati, ma mi pare che vada almeno nella giusta direzione.

Per come la vedo io, non mi stupisco più di tanto dell’azione intrapresa da Novartis, che non fa che difendere i propri interessi, al contrario lo considero un fatto non privo di risvolti positivi: per anni le multinazionali, specialmente farmaceutiche, hanno agito con azioni di lobby nei confronti dei singoli paesi o di organismi multinazionali per ottenere sotto banco disposizioni legislative a loro favorevoli, mentre in questo caso l’azione è quanto meno condotta alla luce del sole. Ciò che mi colpisce e mi rattrista di più è piuttosto la mancanza di iniziativa dimostrata sia dai governi della stragrande maggioranza dei paesi industrialmente più avanzati, sia dai governi dei paesi in via di sviluppo, che hanno enormi responsabilità in tal senso, non solo in materia di proprietà intellettuale, ma anche e soprattutto in materia di facilitazione dell’accesso ai farmaci.

A fronte di queste responsabilità, perché non si fa pressione sui governi dei paesi in via di sviluppo in grado di produrre farmaci per l’applicazione dello strumento della licenza obbligatoria a livello nazionale? Perché non si fa pressione sui governi dei paesi maggiormente sviluppati per l’applicazione dello strumento della licenza obbligatoria a beneficio delle esportazioni nei paesi non in grado di produrre farmaci? Perché non si fa pressione sugli uffici nazionali dei brevetti o sulle organizzazioni regionali (nel nostro caso l’Ufficio Europeo dei Brevetti), ad esempio con lo strumento di opposizione, che è aperta a tutti i terzi (incluse le organizzazioni che come Médecins Sans Frontières) affinché vengano concessi brevetti effettivamente provvisti di novità e livello inventivo?

Quanto all’India, non posso che fare il tifo per questo paese nella presente circostanza: l’India e altri paesi hanno però i mezzi e la volontà politica in grado di finanziare, privatamente e/o pubblicamente, l’onerosa ricerca necessaria all’individuazione ed allo sviluppo di farmaci, finora assicurata dalle sole multinazionali? Chi mai, tra i soggetti privati e quelli pubblici di qualsiasi nazionalità, ha voglia di imbarcarsi in attività di ricerca nel campo dei farmaci per la lotta alle malattie rare e rarissime, che non offrono numeri tali da assicurare un mercato sufficientemente lucrativo?

Francesca Giovannini

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questo e' un allegato del Franz-blog, richiamato dal post:
http://franz-blog.leonardo.it/blog/angeli_col_camice.html

Diffida a Telecom Italia

Da: F.

a: Telecom Italia
Piazza degli Affari, 2
20123 Milano

Con la presente sporgo

D I F F I D... [...]

Sedici-quattro (liberi pensieri di un semi-notturno)

Testo dell'articolo per errore non pubblicato sul numero di dicembre 2006 de "Il Socio" (bimestrale Co.Ta.Bo.)

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"Lap dance - Sexy disco bar - Nuova... [...]

La Decrescita - agenda fine ottobre 2006

da ven.27 a dom.29 ottobre - Colorno (Parma): Festival della Decrescita felice

sab.28 ottobre - Mestre: "Inconsueta fiera"

mer.1 novembre - Roma: Mercato contadino (vedi note in fondo a questo post)

da ven.3 a dom.5 novembre - Trento: Fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili

mer.8 e gio.9 novembre - Falconara marittima (Ancona): convegno: "Lo sviluppo in questione"

dom. 12 novembre - Oderzo (Treviso): Convegno "per un nuovo equilibrio tra uomo e natura"

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note sul "Mercato contadino":

Saranno oltre 100 i contadini che mercoledì 1 novembre parteciperanno al Mercato Contadino di fronte alla sede della FAO in via dei Cerchi da viale Aventino (lato Circo Massimo) a partire dalle 9.00 di mattina.
L'iniziativa si inserisce nel mese di mobilitazioni "vincere la fame si
deve!" ed è organizzata dal Comitato Italiano per la Sovranità Alimentare e dal connettivo terraTERRA.

La proposta del Mercato Contadino è semplice e dirompente: chi lavora la terra e produce cibo deve poter essere protagonista della filiera, in accordo con i consumatori. Scendere in piazza con i propri prodotti è quindi il modo più semplice, che i contadini hanno, per incontrare i consumatori in modo diretto, aggirando le maglie della distribuzione e costruendo una rete di scambio alternativa.

Le politiche dei governi, dell'Unione Europea (PAC) e della FAO hanno
dimostrato che la lotta alla fame e alla povertà non può essere
condotta con il ricorso alle dinamiche globali del mercato alimentare
ne tantomeno con l'appoggio della grande distribuzione. Il risultato
di queste politiche è stato infatti un continuo aumento della fame e
della povertà, fenomeni di dumping sempre più diffusi, saccheggio
delle risorse ambientali del pianeta e la scomparsa a ritmi devastanti
della piccola agricoltura contadina, nel mondo come in Italia.
Una perdita incolmabile in termini di diversità biologica, economie di sussistenza e sapienze  e competenze millenarie.

In contrasto con queste logiche, il Mercato Contadino raccoglie
l'esperienza dei movimenti contadini e delle reti solidali per
ribadire l'esigenza di un agricoltura costruita dal basso, nel
rispetto della terra e della dignità di chi ci vive e lavora sopra.
Un'agricoltura senza sfruttamento o veleni.
Nasce anche con la necessità di creare un mercato senza mercanti,
che abbia come base un rapporto vero e immediato tra produttori e
consumatori.
Un mercato non di nicchia che attraverso l'incontro permette forme
di autocertificazione della qualità dei cibi e del modo in cui sono
coltivati.

Sostituire la filiera con un unico passaggio tra chi produce e chi
consuma vuol dire anche rivoluzionare il sistema della formazione dei prezzi. Si rifiutano da un lato i prezzi da fame pagati ai contadini dalla
grande distribuzione e dall'altro si rifiutano i prezzi imposti con il marketing ai consumatori, da parte di quella stessa grande  distribuzione.
In alternativa si propone un prezzo condiviso, rispettoso del lavoro
della produzione e adeguato alle tasche di tutti e tutte, senza profitti esterni.

Il 1° novembre il Mercato Contadino proporrà questi temi con un
esigenza impellente:
trovare spazi nelle città e nei paesi dove poter ripetere, arricchire e
stabilizzare il contatto diretto tra contadini e consumatori.

Durante la giornata è prevista un'assemblea contadina e tavoli di
discussione su temi specifici.

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Attenzione: sei sul blog degli Allegati di Franz. Questo allegato e' stato richiamato dal Franz-post:

 http://franz-blog.leonardo.it/blog/la_decrescita_8_lallarme.html

La Vicenza americana e la nuova base della guerra americana

(articolo di Roberto di Caro - 26/09/2006) fonte: L'Espresso (scheda fonte)

Il Pentagono vuole costruire nella città di Vicenza la base più importante. Da dove partirà ogni attacco in Medio Oriente. E forse in Iran 


Il 'pugno di combattimento', come lo chiamano al Pentagono, di un ipotetico conflitto con Teheran. Il cuore e il cervello della risposta bellica di pronto intervento sull'intero scacchiere mediorientale, Iraq e Afghanistan inclusi. La leggenda dell'esercito statunitense, la 173a Brigata aerotrasportata del capitano di 'Apocalypse now', rifondata e riunificata. Dove? A Vicenza, nel cuore della città. Alla caserma Ederle, dove già sono in 6 mila, e in un'intera nuova base da costruire entro l'area dell'aeroporto Dal Molin, 1.300 metri da piazza dei Signori e dalla Basilica palladiana. Prima tranche entro il 2007, a pieno regime entro il 2010. 

Su scelte del genere una nazione magari si scanna, ma le fa inalberando e urlando le ragioni del sì e del no. Da noi invece la vicenda è stata tenuta sottotraccia per tre anni, e sulla decisione si sta ora imbastendo un delicato minuetto. Ma per carità, caro ministro, veda lei se dare o no agli americani il Dal Molin: la decisione le tocca per legge, e mai io anteporrei i nostri interessi locali a quelli sacri dell'Italia. Ci mancherebbe altro, caro sindaco, decida lei: non voglio imporre alcunché ai vicentini, mi rimetto anzi alla loro e alla sua volontà... Colombina e Mirandolina? Macché. I protagonisti sono due tosti politici come Enrico Hüllweck, forzista, ex deputato, da due mandati primo cittadino di Vicenza, e Arturo Mario Luigi Parisi (così si firma e così lo citiamo), ministro della Difesa dal piglio marziale, che passi in rassegna i picchetti o annunci l''arrivano i nostri' in Libano. 

Come se in ballo ci fosse giusto qualche appalto da spartire, una manciata di voti di residenti e le solite melmose contrattazioni politiche col bilancino in ! seno all a maggioranza: si tratta invece, tout court, della completa riconversione della strategia e della dislocazione delle forze armate americane in Europa. La Vicenza americana già ora ospita, oltre ai 6 mila della Ederle, un quartiere blindato e vietato detto Villaggio della pace, vari magazzini in zona industriale, più due siti in provincia a Tormeno e Longare, incluso il Pluto dove per vent'anni sono stati stoccati missili in giardino a testata nucleare. Nella prevista riorganizzazione, acquisendo il Dal Molin attualmente aeroporto militare italiano in via di dismissione e insieme civile senza voli dopo un anno di funzionamento claudicante con i conti in rosso, Vicenza diverrebbe la più potente base americana in Europa. Qui verrebbe costruita la nuova 173a Brigata aerotrasportata, che triplica la forza e gli organici di quella ora divisa tra qui e le basi tedesche di Bamberga e Schweinfurt. Rafforzata come organico (è previsto l'arrivo di altri 1.800 militari) e come dotazioni: 55 tank M1 Abrams, 85 veicoli corazzati da combattimento, 14 mortai pesanti semoventi, 40 jeep humvee con sistemi elettronici da ricognizione, due nuclei di aerei spia telecomandati Predator, una sezione di intelligence con ogni diavoleria elettronica, due batterie di artiglieria con obici semoventi i micidiali lanciarazzi multipli a lungo raggio Mrls, quanto basta per cancellare una metropoli. A parte il nome della brigata, cambia tutto e la forza bellica cresce a dismisura. 


Nelle parole del generale James L. Jones, comandante delle forze armate Usa in Europa, pronunciate davanti al Senato americano già nel marzo 2005, "la 173a Brigata aerotrasportata sarà ampliata in Brigade Combat Team", cioè una sorta di maglio mobile con la potenza di fuoco di una divisione, "e rimarrà in Italia, in prossimità della base aerea di Aviano, suo centro d'impiego primario. Usareur (U. S. Army Europe, ndr) ha piani per espandere impianti e infrastrutture nell'area di Vicenza, inc ludendo le strutture militari americane all'aeroporto Dal Mo! lin favo rendone la crescita attraverso la ristrutturazione". 

Si badi alla data: marzo 2005, un anno e mezzo fa. Il generale ha già pronti tutti i piani per ristrutturare il Dal Molin, e infatti chiede al Senato i fondi per attuarli. Una svista? Arroganza? No. L'allora premier Silvio Berlusconi aveva dato il suo benestare, non è chiaro se con una pacca sulle spalle o con un impegno segreto, visto che nessuno ha fino a ora esibito protocolli sottoscritti da entrambi i paesi contraenti. 


Adesso, nel minuetto su chi debba dire di sì o di no, sembrano cadere tutti dalle nuvole. Il sindaco Hüllweck non è contrario a cedere parte dell'area del Dal Molin: "Ma se sono io a dire di sì, poi chi me li dà i milioni di euro per il necessario completamento della tangenziale, le altre strade, gli scavi, i sottoservizi di acqua, gas e energia elettrica?". Il ministro Parisi preferirebbe certo sottrarsi alle ire di Oliviero Diliberto che a giugno è arrivato a Vicenza in veste di cap opopolo contro il nuovo insediamento militare yankee: ma come spiegare un rifiuto all'alleato americano e al buon amico di Condy Rice, il ministro degli Esteri Massimo D'Alema? Fosse il Comune a dire di no gli toglierebbe le castagne dal fuoco. Ecco allora, lo segnaliamo per il 'libro delle prime volte', che la risposta di Parisi al sindaco inaugura la formula del silenzio-dissenso: "In assenza di un riscontro si riterrà che il Comune di Vicenza abbia espresso parere negativo". 

Come si è arrivati a un tale mirabile esempio di patafisica della politica? "Me ne accennò la prima volta, nel marzo 2004, il consigliere politico del comando militare Usa a Vicenza, Vincent Figliomeni, durante una rituale visita di cortesia del comandante della Ederle", racconta il sindaco. Quando gliene riparlano, un anno dopo nel marzo 2005, chiede perché vogliano proprio il Dal Molin. "Non intendiamo usare la pista, i nostri soldati si sposteranno alla base aerea di Aviano in pullman e sol o di notte", gli assicurano: lo ribadiranno ufficialmente a ! più ripr ese, anche al ministero della Difesa italiano. Affermazione plausibile in termini di procedure e costi, ma curiosa visto che per arrivare ad Aviano in autostrada c'è di mezzo il perenne ingorgo del passante di Mestre: ve la vedete la Brigata d'assalto di punta dell'US Army pronta a essere paracadutata d'urgenza in teatro di combattimento, traffico mestrino permettendo? Nella ricostruzione di Hüllweck, è lui a parlarne a Gianni Letta, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, che a sua volta incontra l'ambasciatore americano: nega così, il sindaco, che l'imput gli sia venuto da Silvio Berlusconi, proprio nel marzo 2003 testimone alle sue seconde nozze. Il Comune risponde invece picche alla richiesta Usa di costruire anche un reparto ostetricia tutto per loro, in modo che i pargoli della 173a potessero nascere in suolo americano, ancorché oltreoceano. 

Solo nel marzo di quest'anno cominciano a uscire le prime notizie sulla prossima rivoluzione militare americana a V icenza. E a formarsi i primi Comitati del No, ormai sei riuniti in un coordinamento, negli ultimi giorni presenti con cartelli e cortei, e una raccolta di 10 mila firme, dalla riunione del Consiglio comunale all'arrivo del ministro Francesco Rutelli per il premio Eti, l'Oscar del teatro italiano, in quel gioiellino che è l'Olimpico. "Ma scherziamo? Un'altra base del genere in piena città, in un'area congestionata dove nelle ore di punta già si formano chilometri di coda, contro il parere del comune confinante di Caldogno, distruggendo per le infrastrutture anche l'argine del fiume Bacchiglione? E i problemi di sicurezza? L'Unione non doveva ridurre le servitù militari? Vale solo per l'isola sarda della Maddalena?", attaccano Cinzia Bottene e Viviana Varischio, presidenti di due dei sei comitati. 

A maggio arrivano in Consiglio comunale tre colonnelli Usa e spiattellano un malloppo di trecento pagine con tutti i progetti delle nuove strutture previste al Dal Molin: c'è disegnato ogni muro, pilastro, pensilina, tipo di tegola, r! ubinetto , linea e presa elettrica, dalla caserma a otto palazzine a pettine di quattro piani più uno alla mensa per 801-1.300 persone, più due autopark di sei piani, depositi, negozi, due ristoranti, fast food, barbiere, fino ai 14 metri quadri per la pompa di benzina. Gli americani le cose le fanno così: hanno messo nero su bianco persino le modalità con cui selezionare i dentisti italiani in considerazione delle differenze tra i nostri e i loro medicinali. L'investimento Usa è pari a 306 milioni di dollari per la sola prima fase da chiudere entro il 2007: la tabella sta nella relazione del citato generale Jones alla Commissione Forze armate del Senato americano del 7 marzo scorso, dove si dettagliano anche 26 milioni per il Centro fitness, 52 per il mini-ospedale, 31 per la scuola elementare americana all Ederle. Il complesso dovrebbe operare a pieno regime nel 2010, con una spesa finale sul miliardo di dollari. 


Per gli americani è tutto deciso, per gli italiani tutto d a decidere. "Che vuole, Vicenza è il cuore della tradizione dorotea, cioè della mediazione infinita per accontentare tutti. Oggi che i democristiani non ci sono più è anche peggio: alla composizione degli interessi s'è sostituita la reticenza, non si sa mai chi, come e quando decide", annota Ilvo Diamanti, vicentino, politologo, prorettore all'ateneo di Urbino. 

E infatti la scelta non ha né padri né madri. "Sì, ho tenuto io i rapporti con gli americani della base, specie con i tecnici", dice Claudio Cicero, assessore di An a mobilità, trasporti e infrastrutture, nel cui ufficio già campeggia il tracciato della tangenziale che vorrebbe costruire coi soldi degli States, del governo italiano, della Regione, facciano loro, purché non con le casse del Comune: ma neanche lui annuncia battaglia in caso di un 'no' del governo. Più sottilmente, insinua il dubbio che impedire il ricongiungimento della 173a a Vicenza potrebbe spingere gli americani a spostare tutto altrove, in Germania o magari in Romania: "Alla Ederle lavorano oggi 750! italian i come personale civile. Se perdessero il lavoro, solo un terzo potrebbe essere ricollocato altrove". Del resto è in quel bacino che Cicero prende i voti, non certo tra i catilinari antiguerra e antibase. Ma in questa sua posizione si ritrova come alleati Cisl e Uil, anima del comitato per il 'sì' che ha anch'esso raccolto le sue brave 10 mila firme. 

A sentire gli esperti, non sembra probabile che in caso di rifiuto gli americani per ripicca dislochino la 173a in Romania o in Bulgaria, e a Vicenza smantellino anche la Ederle. I soldati si spostano in aereo, ma tanks e rifornimenti si muovono via nave, e ai porti di Livorno o Trieste si arriva facilmente, tra il Mediterraneo e il Mar Nero c'è invece di mezzo il Bosforo: basterebbe allora un colpo d'ala del premier turco Erdogan o di chi per lui a inceppare l'intera strategia di intervento rapido in Medio Oriente. Ma le minacce più sono velate e meglio funzionano, in casi come questo. 

A margine, un piccolo italianissimo interrogativo: giacché tutta la storia nasce con Berlusconi presidente del Consiglio, che farà per tener fede all'impegno, ancorché informale, da lui preso con il suo amicone americano? "L'ho sentito giovedì scorso", risponde il sindaco Hüllweck: "'Come sei messo?', mi ha chiesto, 'so che hai dei problemi. Vuoi magari parlarne con l'ambasciatore americano?'". Detto fatto, l'incontro ha luogo a Roma il mercoledì. Ovvero: come un'incontenibile esuberanza, forse la nostalgia di quando queste cose le faceva da premier, dà luogo a una diplomazia parallela da Repubblica delle banane. 

© 1999-2006 Gruppo Editoriale L'Espresso S.p.A
 
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Non facciamoci prendere dal panico

post scritto da Diego Cugia nel suo forum: http://www.diegocugia.com/forum.html

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In genere, nella vita, si possono prendere tre tipi di decisioni: quelle giuste, quelle sbagliate, e quelle assurde. Probabilmente a causa di un capriccio genetico, soffro di una dannata predisposizione per le scelte del terzo tipo. Così, giorni fa, ho deciso di sospendere 'Zombie' e di non darmi più per 'morto'. O forse l'ho fatto solo perché era una splendida mattina di sole. Il programma aveva riscosso ottimi ascolti, i miei rapporti umani e professionali con Radio 24 erano sereni, e con tutti voi 'Zomberos' si era stabilita una profonda comunicazione.
Perdonatemi, sono fatto così. C'è gente che campa un'eternità su un solo programma, io sono capace di rompermi dopo sei mesi su un programma centrato sull'eternità.
Immagino -e lo condivido- che qualcuno di voi adesso se ne andrà sbattendo la porta, perché a cinquant'anni e passa non si può sfasciare il giocattolo come un ragazzino. Ma il guaio è che io sono un ragazzino, anche se con i capelli bianchi, e una volta capito il meccanismo del giocattolo, mi annoio. E la noia mi uccide sul serio, non per gioco. Devo ammettere che c'è anche un altro motivo. Sono un dinosauro che ama la radio 'scritta'. E per scrivere un programma radiofonico di un'ora al giorno mi occorrono: A) Tre ore di lettura di tutte le notizie che si pubblicano nel mondo. B) Dodici ore di scrittura frenetica. C) Quattro pacchetti di sigarette. D) Un paio d'ore per registrare il programma. E) Un'ora per riascoltare la puntata. F) Sei ore di sonno.
I conti non tornavano. Infatti, nonostante le proteste, Dio si è cocciutamente rifiutato di creare, solo per me, una giornata standard di trentasei ore. E, tanto per essere sinceri fino in fondo, dopo i cinquanta cominciano a non venirti in mente le parole. Così perdi altro tempo per consultare dizionari e sinonimi. Per esempio 'cocciutamente' ci ho impiegato tre minuti. Mi veniva 'ostinatamente', che forse era pure meglio, ma se uno vuole scrivere 'cocciuto' deve scrivere 'cocciuto', soprattutto se è uno cocciuto.
A farla breve, 'Zombie' -per adesso- finisce qui. Ma non facciamoci prendere dal panico. Tanto per non stare con le mani in mano ho infatti cominciato a scrivere 'Non facciamoci prendere dal panico', il nuovo show di Gianni Morandi su Rai 1 che partirà giovedì 28 Settembre. Direte: 'Tu che cavolo c'entri con Morandi e viceversa?' Chiedetelo al ragazzino che ero, quando andavo nei cinemini parrocchiali a vedermi anche tre volte di seguito i suoi film con Laura Efrikian. La verità è che a tredici anni ero selvaggiamente innamorato della sua prima moglie, e avrei commesso qualsiasi sciocchezza perché sua madre l'avesse mandata a prerndere il latte nel baretto sotto casa mia. Non vi sembra un motivo sufficientemente 'alto' per scrivere uno show di Rai 1? Ma io sono una bestia da terza elementare, e come vi ho già accennato, propendo per scelte assurde. Inoltre Gianni Morandi, oltre a tutte le sue doti artistiche, ne ha una rivoluzionaria: è un uomo gentile. E gentile è un aggettivo che amo. Ho sempre sognato un universo gentile con le stelle che s'inchinano mentre tu attraversi le stagioni della vita. Lo so che non accade quasi mai, proprio per questo è bello sognarlo. Infine, ho in testa un nuovo romanzo che s'intitolerà '24', e che sarà ambientato in quell'inferno di serie C che sono i casinò.
Ancora due cose. La prima: il libro 'Zomberos', che raccoglierà il meglio del programma radiofonico, ha subito un piccolo slittamento ma uscirà fra due, tre mesi al massimo.
E questo 'forum', rinnovato e più leggibile, è il nostro nuovo strumento per comunicare più da vicino. Potrete iscrivervi sia con i vostri vecchi nickname da zombie numerati, o col vostro nome o come vorrete. Come sempre, siate voi i migliori amministratori delle vostre parole. Solo io potrò cancellare i vostri messaggi, non è mai successo, spero che nessuno mi costringerà mai a farlo per problemi legali.
Siete l'unica, grande cosa che ho, a parte i miei figli. Vi voglio bene come un fratello. Perdonatemi se ho detto e ho fatto sciocchezze. Ma in fondo avevo solo voglia di tornare a vivere un po'.
Diego

allegato al post : http://franz-blog.leonardo.it/blog/non_facciamoci_prendere_dallo_sconforto.html del Franz-blog

 

E-mail per Radio24

testo da copiare ed inviare a:
focuseconomia@radio24.it

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Egregio dottor Barisoni,
benche' i casi e gli intrecci dell'economia nazionale non siano certo il mio interesse principale, ho avuto modo di apprezzare la conduzione del suo programma, che trovo sempre intelligentemente divulgativa, misurata, non schierata e con un occhio di riguardo per il consumatore, spesso nel suo ruolo di vittima dei potentati economici.

Da un po' di tempo seguo con almeno altrettanto interesse un dibattito che, non solo a livello nazionale, sulla carta stampata, ma ancor di piu' nell'ambito di incontri, e al massimo grado in Rete, si sta sempre piu' affermando sul tema della Decrescita.

Il pensiero in oggetto mette in crisi il mito della crescita del PIL come valore assolutamente positivo, indice di diffusione del benessere. Non e' difficile constatare come questo dogma stia col tempo mostrando tutte le sue nefaste conseguenze, a livello globale, in termine di saccheggio delle non infinite risorse e progressivo degrado del pianeta, e a livello del singolo individuo, con l'imposizione di modelli di pensiero e di vita sempre piu' disumani.

La letteratura sulla Decrescita comincia ad essere popolata di saggi (e di siti) molto interessanti.
Evito di proporle specifiche segnalazioni che lei meglio di me potra' reperire in Rete: mi premeva solo spingere la sua attenzione verso un modo nuovo di considerare i fatti dell'economia.

Ringraziandola per l'attenzione e rinnovandole stima e complimenti, la saluto augurandole tutto il successo che merita.
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Scenari futuri per Eugenio Benetazzo

Best before 2012

di Eugenio Benetazzo [11/09/2006]

Fonte: Arianna Editrice [scheda fonte]

Siete tutti presi dalla preoccupazione dovuta al rialzo dei tassi di interesse e del possibile inasprimento del conflitto militare tra Israele e il Libano, ma nel nostro imminente futuro qualcosa di più nefasto ed apocalittico aspetta il genere umano con il suo benessere e certezze costruite.

E su cosa sono costruiti questo benessere e queste certezze ? Su quello straordinario fluido nero che abbiamo chiamato petrolio che ha consentito alla civilità umana di prosperare ed evolversi con una fenomenologia sorprendente senza precedenti storici.

Pochi sono a conoscenza del fatto che tra il 2001 ed il 2004 si è con molta probabilità raggiunto quello che i geofisici chiamano il picco di produzione mondiale del petrolio. Con questo termine si individua un momento storico della civiltà umana alquanto buio e drammatico: per la prima volta dopo circa un secolo dalla nascita dell’era petrolifera, la quantità estratta ed offerta dai paesi OPEC e NON-OPEC non è più in grado di soddisfare la domanda complessiva dei paesi industrializzati, creando un deficit giornaliero di circa 2/3 milioni di barili al giorno (destinati a crescere esponenzialmente anno dopo anno).

La presenza di questo deficit quotidiano di qualche milione di barili lo paghiamo già da alcuni anni con il lento e progressivo rialzo del greggio che nei prossimi trimestri è destinato a varcare la soglia dei 90 USD: scordatevi di rivedere in futuro il petrolio sotto i 50 USD. A compromettere ulteriormente lo scenario mondiale ci hanno pensato anche Cina ed India, che svegliati da un lungo letargo ancestrale, hanno completamente modificato il fabbisogno di approvigionamento mondiale di greggio.

Attenzione, evitiamo di fare confusione: il petrolio non sta terminando dal punto di vista quantitativo, si sta semplicemente esaurendo nella sua migliore consistenza qualitativa. Quello che infatti viene volgarmente chiamato petrolio, e che estrattivamente parlando viene indicato con il termine LCO (light crude oil), identifica una convenzionale qualità di greggio priva di zolfo e molto fluida: tali caratterisitiche lo rendono pertanto molto facile da estrarre e raffinare. Questo tipo di greggio costituisce solitamente il 35/40 % di ogni giacimento: il restante è composto da petrolio pesante (ricco di zolfo), bitumi e sabbie oleose (oli sands). Si sta esaurendo il greggio leggero, quello che 140 raffinerie su 150 in tutto il mondo sono in grado di poter raffinare. Questo tipo di greggio è quello tra l’altro più redditizio industrialmente parlando, mentre il rimanente è addirittura antieconomico, il che significa che si spenderrebbe più denaro ad estrarlo e raffinarlo di quanto se ne potrebbe ottenere dal suo usuale sfruttamento.

La maggior parte di noi è abituata a pensare che una carenza di greggio sui mercati comporti, per esempio, un minore ricorso all’utilizzo dei mezzi automobilistici, un po' quello che avvenne durante le due crisi petrolifere del 73 e del 79. Peccato però che quei due momenti di contrazione dell’offerta petrolifera avevano natura politica e non strutturale come oggi.

Dobbiamo immaginare il sistema economico mondiale come un organismo umano: per il primo, il petrolio è come l’acqua per il secondo, perciò di importanza vitale. Un essere umano è composto per circa il 70 % di acqua, quindi circa 50 litri su una corporatura media di 70 kg. Per soccombere non è necessario perdere tutti i 50 litri di acqua, ma è sufficiente una mancanza del 5 %, quindi poco meno di 3 litri, per far collassare e morire l’organismo in seguito a disidratazione.

Il sistema economico mondiale è analogamente uguale: per collassare su stesso è sufficiente che venga a mancare appena un 5 % della sua linfa vitale: il petrolio. Preparatevi perciò a LATOC ovvero alla Life After The Oil Crash, un impensabile ridimensionamento e trasformazione della vita umana per come siamo abituati a concepirla.

L’utilizzo dei mezzi automobilistici per trasportare merci e persone è in realtà un problema secondario in quanto la prima area di attività umana profondamente modificata sarà l’attività agroindustriale. La produttività e fertilità dei terreni agricoli è cresciuta in ¾ di secolo al tasso medio del 5 % all’anno proprio grazie al fenomenale contributo della petrolchimica. Fertilizzanti, pesticidi, pompe di irrigazione ed ogni sorta di attrezzatura agricola hanno consentito di ottenere raccolti quantitativamente abbondanti ed impensabili rispetto ai cicli naturali imposti dalla natura, raccolti che hanno permesso di sostenere il tenore alimentare degli allevamenti intensivi e poter quindi disporre e consumare generi alimentari di derivazione animale un tempo impensabili.

Pensate solamente ai consumi di carne di 50 anni fa e rapportateli a quelli odierni (tralasciando l’aspetto qualitativo). Pensate a quanti generi alimentari raffinati e preconfezionati vengono resi disponibili sottocasa grazie ai processi di surgelazione e di trasporto dai lontani luoghi di confezionamento.

Questa è la vera essenza del traumatico mutamento epocale che ci attende: l’insostenibilità dell’attuale sistema alimentare, e non parlo di chi è abituato a vivere con un dollaro al giorno ed uno pseudo pasto caldo alla settimana, ma della totalità dei paesi occidentali industrializzati, che hanno potuto prosperare proprio in virtù di una straordinaria abbondanza, ricchezza e varietà alimentare, mai vista nei secoli precedenti.

Chi pensa di poter muovere un trattore John Deere da 900 CV o una mietitrebbia New Holland del peso di oltre 15 tonnellate con i pannelli fotovoltaici sul tetto della cabina del conducente è un povero illuso. Illuso proprio come chi ritiene che le fonti di energia alternativa (in realtà pienamente dipendenti nello sviluppo proprio dallo stesso greggio) possano consentire di mantenere il nostro attuale status evolutivo, in cui il 2 % della popolazione mondiale sostiene dal punto di vista alimentare il restante 98 %.

Mi fanno sorridere ancor di più le fantomatiche risorse del futuro, come l’idrogeno o il bioetanolo, spacciate come la salvezza del genere umano. Non possono essere implementate come strategie sostitutive senza la presenza abbondante ed a buon mercato del greggio. Per ottenere 3.000 litri di etanolo ne dovete spendere 7.000 per arare, seminare, irrigare, raccogliere e trasportare il raccolto ottenuto. Stesso dicasi per l’idrogeno, in realtà un vettore di energia e non una fonte di energia: per ottenere 1KWh di energia dalla combustione dell’idrogeno ne devo consumare 1,5 KWh per produrre quello stesso quantitativo di l’idrogeno che bruciando mi eroga 1KWh.

Per circa 75 anni un’abbondanza smisurata ed irripetibile di greggio convenzionale disponibile a costi irrisori ha consentito al genere umano di esplodere demograficamente attraverso uno slancio evolutivo senza precedenti storici che ha permesso il raggiungimento di elevati standard di vita: ma quest’epoca sta per finire. Quest’epoca è ormai giunta al suo naturale declino. Già entro i prossimi cinque anni (2012) potremmo percepire le prime conseguenze macroeconomiche sull’intero pianeta che colpiranno prima la sfera economica della nostra vita e successivamente la nostra capacità di sostentamento alimentare conosciuta fino a qualche anno prima.

Eugenio Benetazzo

Tratto dal tour itinerante di BLEKGEK

www.eugeniobenetazzo.com/tour.html

Avviso: a tutti gli scettici che pensano che la festa non possa finire e che quanto esposto sopra siano esagerazioni o preoccupazioni infondate, consiglio di andarsi a studiare le teorie ed i modelli di esaurimento petrolifero di Hubbert e Campbell, oltre a tutti gli approfondimenti sulla reale economicità ed implementazione gestionale di qualsiasi fonte di energia rinnovabile.

 

allegato a questo post del Franz-blog